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Affissione degli articoli inviati in: Gennaio 2001
E' buffo perché finora la domanda che mi è stata fatta all'unanimità al riguardo: "Ma chi è questo meglio fico del paniere?"
Potreste avere la possibilità di passare una piacevolissima serata, intorno a una bella e grande tavola imbandita, dove tra un piatto e un altro, tra un bicchiere e un altro, si decanteranno a turno i nostri sonetti.
Volevo essere Moccia di Alberto Bracci Testasecca e Le buone pratiche per la vinificazione e la conservazione dei vini di Louis Oudart.
[Per informazioni più dettagliate potete leggere, e.g., qui:
Per attirare la vostra attenzione sull'evento vi ricordo la ricompensa: un bicchiere di Vino Nobile di Montepulciano, gratis (vale a dire che non dovete nemmeno gareggiare per ottenere il premio) che credo faccia piacere a chiunque, anche a coloro che sono astemie come me o al massimo si limitano soltanto a degustare... assaggiando.]
Vorrei tanto poter avere quella visione a trecentosessanta gradi, quella padronanza, profondità, raffinatezza e capacità di maneggiare il linguaggio come J. L. Borges. Seguendo le sue orme, volevo omaggiare anche io il gioco degli scacchi con un sonetto, ma per adesso, siccome sono ancora all'inizio nel trattamento della lingua italiana, il mio livello... è lontano anni luce dal suo.
14. Giugno, 2010.
O Tünde ti ringrazio pel sonetto,
m'hai fatto 'na sorpresa, l'ho gradito.
'Un sei Leopardi ma per me sei un mito,
scrivi un vernacolo guasi perfetto.
E poi… meglio per te se 'un sei… poretto,
lui da Roma scappò tutto schifito
e 'nvece te cià' preso anche marito.
Meglio per te, con tutto 'l mi' rispetto,
e' mi garba di più l'allegria tua
di tutto 'l su' dolore esistenziale.
Ma soprattutto… è fondamentale:
meglio per me, che 'un so' la Silvia sua,
che quella, fra un malanno e un accidente,
nella su' vita 'unn ha goduto niente!
Silvia Golini, 22 Giugno 2009.
Unita agli altri sonettisti, spero che questo anno le porti tanta fortuna e insieme alla sua incessante produzione, anche la pubblicazione del suo libro di raccolta di sonetti!
Tünde, la dolce Fatina
Con mega ritardo metto su il sonetto di risposta d’Ivano al mio, pubblicato il 10 agosto.
L’avrei dovuto fare subito, visto che non ho fatto in tempo a pubblicare il mio sonetto, che già la risposta di Ivano giaceva nella mia casella, sottolineandomi: "Quando si pubblica, si pubblica tutto, come abbiamo fatto io e Francesco".
Ma mentre Francesco e Ivano si sono accontentati di pubblicare i loro sonetti sui quotidiani locali, io invece lo faccio per via etere:
Come sei bella, dolce immacolata!
Quel femminile tratto si presenta
con la bellezza immensa e delicata
che mi colpisce e il cuore mi tormenta.
Creatura sei, tu da Dio creata
per dare pace e gioia; ma sgomenta
rimane poi quell’alma innamorata
che sol di contemplar non è contenta,
perché quel gran desio che il cuore spezza
manda profonda una prece al cielo
su dove aleggia quella tua bellezza.
Così pregando te m’involo e anelo
a sfiorare il tuo viso con dolcezza
e discovrir così ‘l candido velo.
... E per questo bel sonetto Ivano è stato ricompensato da ben due sonetti di risposta, ma siccome non vorrei trasformare il mio blog in una sorta di soap opera a puntate, per chi fosse curioso sul prosieguo della storia, è gentilmente pregato di contattare privatamente i diretti interessati… augurandoci con tutto il cuore che non ci sia nessun’anima in pena che vada in fibrillazione per queste cose.
Quasi tutte le mie amiche ormai ce l'hanno, sicché questa estate mi sono lasciata sedurre anche io dalla tentazione di possedere le cosiddette "scarpe ballerine".
Non mi sono affatto pentita nell'averle acquistate, perché si calzano bene, sono leggere e comode.
Ieri, sono uscita a fare una passeggiata indossandole e mi sono ricordata mia madre e la sua grande ambizione, quando ero piccola, di farmi diventare una ballerina di danza classica. Ma già a quel tempo, io con la complicità di mio padre, ho optato per il gioco degli scacchi, che riusciva a destare maggiormente il mio interesse.
E proprio ieri, mentre camminavo, ho concluso che alla fine tra il ballet(to) e gli scacchi, la differenza - per me - non è poi così abissale, poiché invece di far salticchiare il mio corpo, ho deciso di far salticchiare la mia mente.
Certo che il tradimento fa sempre male e purtroppo non è mai piacevole, soprattutto se la tradita è coinvolta in prima persona e per di più se una è abituata a ricoprire il ruolo (praticamente fino a ieri) della "musa ispiratrice" e di colpo viene sostituita da un'altra persona.
Quindi, non mi potevo sentire indifferente neanche io al riguardo senza dire la mia:
Allora ‘unn’è ‘no scherzo ingannatore,
quella di Silvia ‘unn’era ‘na bugia,
quando m’ha detto che nell’ultim’ore
‘na storia appassionata ha preso il via,
a sòn di versi sbocciati dal cuore.
Ho detto: “Pensa un po’ che porcheria,
il mi’ Ivanone allora è un traditore…
manda a un’altra la su’ dolce poesia!
O chi sarebbe, giù, ‘sta fortunata?”
E Silvia: “Ma che dici?! Stai tranquilla!
La fila ‘n Dòmo è stata la scintilla
d’una disfida gentile e serrata…
sicché ‘un c’è Rita, Sara e neanche Alice:
‘l Burroni è la su’ musa ispiratrice!”
NB: I personaggi non sono fittizi, attualmente fanno parte tutti del “Laboratorio del sonetto in vernacolo senese”. E senza nemmeno accennarlo, per chi non ne facesse parte, la burla per (e tra di) noi rappresenta il nostro pane quotidiano.
Fantino, visto che me l'hai fatto ricordare, è per te!
Nel World Tour 2009 del mitico Leonard Cohen è stata inclusa anche l'Italia.
La tappa scelta, a quanto pare, è soltanto Venezia e il 3 agosto si esibirà a Piazza San Marco.
Prima di lasciarvi in ascolto di una delle sue più belle canzoni (insomma, de gustibus...), chiudo con le parole che per l'occasione, forse, direbbe un veneziano:
“Chi ghe xè ghe xè, chi non ghe xè non ghe xè”.
http://www.youtube.com/watch?v=Nf8aVwfWsZ0
I loved you for a long, long time
I know this love is real
It don’t matter how it all went wrong
That don’t change the way I feel
And I can’t believe that times
Gonna heal this wound I'm speaking of
There ain’t no cure,
There ain’t no cure,
There ain’t no cure for love.
I’m aching for you baby
I can’t pretend I’m not
I need to see you naked
In your body and your thought
I’ve got you like a habit
And I’ll never get enough
There ain't no cure,
There ain't no cure,
There ain't no cure for love.
There ain’t no cure for love
There ain’t no cure for love
All the rocket ships are climbing through the sky
The holy books are open wide
The doctors working day and night
But they’ll never ever find that cure for love
There ain’t no drink no drug
(ah tell them, angels)
There’s nothing pure enough to be a cure for love.
I see you in the subway and I see you on the bus
I see you lying down with me, I see you waking up
I see your hand, I see your hair
Your bracelets and your brush.
And I call to you, I call to you
But I don’t call soft enough
There ain’t no cure,
There ain’t no cure,
There ain’t no cure for love.
I walked into this empty church I had no place else to go
When the sweetest voice I ever heard, whispered to my soul
I don’t need to be forgiven for loving you so much
It’s written in the scriptures
It’s written there in blood
I even heard the angels declare it from above.
There ain’t no cure,
There ain’t no cure,
There ain’t no cure for love.
There ain’t no cure for love
There ain’t no cure for love.
All the rocket ships are climbing through the sky
The holy books are open wide
The doctors working day and night
But they’ll never ever find that cure,
That cure for love.
Oggi ho ricevuto la segnalazione di questo articolo dal Belgio e lo pubblico volentieri.
Etruschi padri dei Toscani? Il Dna dice di no
Uno studio in cui è coinvolta l'Università di Parma rivela che non esiste relazione genetica tra gli abitanti dell'antica Etruria e i toscani attuali. I toscani non sono Etruschi. E’ questa la sorprendente conclusione di una ricerca condotta su campioni di Dna antichi e moderni realizzato da ricercatori italiani, delle Università di Firenze, Ferrara, Pisa, Venezia e che visto protagonista anche l’Università di Parma.
Lo studio, pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Molecular Biology and Evolution” dell’Università di Oxford, ha preso in esame non solo materiale genetico etrusco, ma anche quello appartenente ad individui vissuti in età medievale, tra il X e il XIV secolo, entrambi confrontati quindi con il Dna dei toscani d’oggi.
Ebbene, se esiste una relazione genetica con gli abitanti della Toscana medievale, nessun rapporto parrebbe sussistere con gli abitanti dell’antica Etruria. Per Antonella Casoli dell’Università di Parma è da escludere, sulla base degli ultimi test, “che le sequenze del Dna più antico, di epoca etrusca appunto, possano contenere degli errori o essere state contaminate”. “La spiegazione più semplice – continua - è che la struttura della popolazione toscana ha subito nel primo millennio avanti Cristo importanti cambiamenti demografici".
Dunque gli Etruschi si sono davvero estinti? Il gruppo dei ricercatori non esclude che in alcune località isolate siano rimaste tracce della loro eredità genetica, alla ricerca delle quali si sta già lavorando. Ma nel complesso, ribadisce la professoressa Casoli, “immigrazioni ed emigrazioni forzate hanno diluito l'eredità genetica etrusca tanto da renderne difficile il riconoscimento”.
L’eccezionale scoperta si inserisce per altro nella complessa ed irrisolta questione sulle origini degli Etruschi, dove era stato ancora il Dna a mostrare un’affinità tra i Toscani di oggi e le popolazioni dell’Anatolia (odierna Turchia). Ma l’indagine che ha visto coinvolta l’Università di Parma parrebbe rimettere tutto in discussione: “E' interessante che alcune ricerche abbiano dimostrato una somiglianza genetica fra i toscani attuali e le popolazioni dell'Anatolia” spiega la professoressa Casoli, che prosegue: “ma questi studi ci direbbero qualcosa sulle origini degli Etruschi solo se si dimostrasse una continuità genetica tra Etruschi e toscani contemporanei, mentre il nostro studio fa pensare che sia vero il contrario”.
Riporto queste parole che mi hanno fatto riflettere sul clima sociale che sta sperimentando l'era in cui ci troviamo a vivere; e forse da interpretare, anche, come una possibile alternativa alla morale dominante del modus vivendi e della solidarietà:
Chi è contento che sulla Terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Non svelo nient'altro, anche perché nel caso qualcuno si trovi a condividerne il contenuto, sarà in primis a correre per scoprire di chi e cosa si tratti.
Ultimamente, mi è capitato di tradurre alcune poesie di un poeta ungherese contemporaneo.
Fin qua, niente di eccezionale o sensazionale, se non per il semplice fatto che quando ho letto le poesie, il primo impatto che ho avuto, è stato: "Mi sa che si tratta del solito prestigiatore letterario che oltre la sua voglia di emergere, vorrebbe lasciare stupefatta anche la platea dimostrando quanto sia all'altezza di mettere assieme parole ricercatissime esibendo a più non posso il suo vocabolario".
Ma poi, mi sono detta che non può essere possibile che simili poesie abbiano ricevuto il nihil obstat da parte di un qualsiasi editore e le ho rilette non so quante volte, finché, quando meno me l'aspettavo, l'illuminazione mi ha teso la mano...
Mi sono resa conto che quelle parole (strane, incomprensibili, odiose, tediose), quelle metafore, comparazioni (così assurde, noiose, inadatte e spesso e volentieri contraddittorie) stavano proprio al loro posto e non potevano neppure essere sostituite con altre.
Era come comporre un puzzle senza conoscere però il quadro finale, ma pezzo dopo pezzo l'immagine mi si chiariva, prendeva colore e successivamente anche vita apportando con sé il vero significato del poema.
E' stato un bel duello ed ero così felice di essere stata capace di sconfiggere atterrando, per l'ennesima volta, la mia superbia e diffidenza.
Esultavo, così tanto, per la vittoria che la mia gioia assomigliava piuttosto a quella della scimmia... quando ha appena scoperto di avere una coda.
Sto cominciando a dare ormai quasi per scontato che Ivano, invece di commentare i miei posts o le sue poesie mi risponda con altre. Ma questa volta mi ha spedito un sonetto talmente bello che lo custodirò gelosamente solo per me!
Ammetto che è uno dei miei film favoriti e non per strafottenza, ma credo sia una delle più belle pellicole italiane che abbia mai visto e preferisco rivederla piuttosto che "perdere" il mio tempo con certi film di oggi che, ahimè, non mi dicono granché: né gli attori, né le trame...
...E come finisce lo spezzone: "La moje 'ndo sta? Con chi sta?" [...] vi mando un caloroso saluto da Budapest.
Ivano Scalabrelli, 21 Marzo 2009.
Con questa consapevolezza, con la promessa ad alcune persone, ma soprattutto a me stessa di leggere il libro e con la speranza che il paese in questione, forse, tra breve diventi la mia nuova patria, ho letto: "La masai bianca".
L'autrice è la svizzera Corinne Hoffmann che dalla sua esperienza personale, a quanto sembra, abbia fatto la sua carriera e fortuna.
Devo dire che il libro, anche se è scritto con un linguaggio semplice, mi ha divertito molto e proprio per questo l'ho letto in un attimo. Ero abbastanza ignorante riguardo la vita e i costumi dei masai.
La protagonista si sposa con un uomo di una tribù guerriera: dunque, due mondi completamente differenti che s'incontrano, due mentalità diverse che cercano di arrivare a un punto d'incontro, sperando di superare qualsiasi contrasto, grazie all'amore che li unisce.
La storia d'amore dopo alcuni anni finisce, soprattutto per la cultura di lui per la quale i diritti delle donne sono basati esclusivamente nell'educare i figli, lavorare e rimanere agli ordini del proprio marito; lei, ragazza d'origini francesi e tedesche si trova a non sopportare più quella che vede come imposizione del marito.
Dunque, la frase di Molière: "La grande ambition des femmes est d'inspirer l'amour", a quante pare, a lei è riuscita soltanto come intento.
Eh, lo so che da giorni fremete, premete, aspettate impazienti che metta su un post, perché ormai siete stanchi e annoiati di leggere gli stessi, ma la mera verità è che da un po' di tempo non ho e non trovo l'ispirazione giusta.
A quanto pare, anche questa pseudo-poetessa ungherese (che cerca disperatamente di comporre sonetti in vernacolo senese) nel vergare la poesia si è trovata in un momento d'assenza totale d'ispirazione:
Mi so' comprata proprio un bel rimario
e pensavo d'ave' facilità
a sforna' de' sonetti a volontà
invece mi succede un po' 'l contrario.
Mi ritrovo davanti 'sto divario
'un m'aspettavo 'sta difficoltà
e devo di' con gran sincerità
che 'un m'aiuta manco 'l dizionario.
Mi pare anche d'esse' un po' intontita
e fo così 'sta considerazione:
è che m'è andata via l'ispirazione.
Così succede anche nella vita:
quando pensi che hai, 'un ce la fai,
e ce la fai sicuro, quando 'un hai.
Mi (e vi) consolo e vi lascio in ascolto di questa canzone di Van Morrison. Sembrerebbe che anche la sua mamma, a suo tempo, gli avesse suggerito: "There'll be days like this".
http://www.youtube.com/watch?v=JkVXv-vlCvs
La lettura è un passatempo piacevole. Può essere notevole se si riesce a trarne preziose informazioni, unendo il gradevole con l'utile. Ma diventa lodevole se il testo è in grado di descrivere la situazione attuale, suscitando nel lettore un senso di gioia o di mestizia... a seconda dei casi.
Un bon governo, fijji, nun è cquello
Che vv'abbotta l'orecchie in zempiterno
De visscere pietose e ccor paterno:
Puro er lupo s'ammaschera da aggnello.
Nun ve fate confonne: un bon governo
Se sta zzitto e ssoccorre er poverello.
Er restante, fijjoli, è tutt'orpello
Pe accecà ll'occhi e ccomparì a l'isterno.
Er vino a bbommercato, er pane grosso,
Li pesi ggiusti, le piggione bbasse,
Bbona la robba che pportàmo addosso...
Ecco cos'ha da fà un governo bbono;
E nnò ppiàggneve er morto, eppoi maggnasse
Quant'avete, e llassavve in abbandono.
(Giuseppe Gioachino Belli, 25 settembre, 1836.)
Un libro bellissimo, ma temo esista solo in esperanto, quindi non vi farò nessuna recensione, perché, a meno che non decidiate d'imparare la lingua, non avreste l'opportunità di apprezzarlo.
Come direbbe in questi casi il mio favorito e ingegnoso attore americano, Jack Nicholson: "Just what the world needs, another actress!", sono molto lieta di annunciare che da una decina di giorni è iniziato il GF9!
Mi trovo, dunque, nel settimo, ottavo... decimo (ho già perso il conto) cielo perché si esaudisce il mio desiderio anche quest'anno, e cioè, considerato che mi piace così tanto, per alcuni mesi avrò la possibilità d'imparare… imparare e imparare!
Eh già, proprio imparare perché nella casa più rinomata e spiata del Bel Paese si affrontano degli argomenti davvero profondi, essenziali e soprattutto vitali per risolvere problemi economici e sociali di cui il paese ha bisogno: inflazione, mutui, disoccupazione, la recessione dell’economia oppure fondi per lo sviluppo della sanità e dell'istruzione...
Persino vengono discussi temi del tipo: "E' giusto rifarsi le tette e portare la sesta?", visto che è uno scoop, d’altronde è la prima volta che succede nel mondo dello spettacolo oppure "Come buttarsi nel letto di un perfetto sconosciuto dopo un solo giorno?" e in seguito meravigliarsi, (leggendo sui giornali, ascoltando le notizie in tv o parlandone al bar) come mai alcune donne vengono stuprate da individui perfettamente sconosciuti?!
Inoltre, ci viene insegnato o rammentato il bon ton, come comportarsi civilmente: urlare quando si pensa d'essere nel giusto o di avere ragione, essere volgari usando parolacce a tonnellate per affermare qualsiasi concetto o dare a esse quella utilità che la comunicazione orale perde, ovvero sostituire la punteggiatura: invece di mettere il punto o la virgola, si è pregati di emettere una parolaccia, mandando il prossimo lontano, magari con l'augurio che veda qualche paese esotico.
Ci viene anche ricordato, dove il linguaggio non arriva, di non demoralizzarci perché possiamo sempre rivolgerci al paralinguaggio, ovvero menando chi ci sta di fronte pur di appoggiare la supremazia del nostro credo.
Quindi, capite che per tutti questi buoni motivi appena elencati, non posso stare alla larga sentendomi indifferente. Anzi da giorni che sono in fibrillazione, perché ritengo sia una occasione davvero unica che oltretutto capita solo una volta all'anno (!) e che non la si può buttare fuori dalla finestra visto che è entrata trionfalmente nelle nostre case e vite attraverso i piccoli schermi: tv, computer, cellulare...
[...] La vita è un palcoscenico, come disse l'amatissimo Shakespeare e nella vita siamo già costretti, volenti o nolenti, d'usare le maschere pirandelliane, ma a quanto pare oggigiorno, ovunque mi volti, sempre più di frequente mi capita d’incontrare persone che sentono la necessità di salire sul palcoscenico, quello vero, forse perché non troppo amate dai loro cari e/o dall'ambiente in cui si trovano o semplicemente non hanno ben interpretato il messaggio shakespeariano o forse non l'hanno nemmeno studiato, ma che comunque sia, hanno anche bisogno degli applausi, quelli veri e di un pubblico, quello vero, che le segua.
Ma per dare un senso alla propria vita è davvero così fondamentale sentirsi: al centro dell’attenzione, simpatici, belli, chic, all'avanguardia, nel perenne stato di carnevale e/o vestiti da veri alberi di natale?!
Chissà…
Si mormora…, macché, scientificamente è dimostrato, che lingue come il finlandese e l'ungherese facciano parte dello stesso ceppo linguistico, ossia del gruppo ugro-finnico. Infatti.
Ben sapendo che per esempio un olandese ha la sua lingua “sul ramo” delle lingue germaniche, pur non avendo mai studiato lingue di questo gruppo del tipo: l’inglese, lo svedese, il tedesco, il norvegese, il danese o l’islandese, ma a venirne in contatto, riesce a capire qualche lemma o magari qualche frase qua e là… dunque, la tentazione di testare il mio albero linguistico è stata così forte da sentirmi assalita dall’idea pensando: “Che meraviglia, perché se le cose stanno veramente così, allora la verifica la faccio anch’io!”
Quindi, le ricerche sul confronto delle due lingue sono iniziate e ho ottenuto il materiale da sperimentare grazie alla genialità di un video realizzato da un mio amico (vedi il link), dove l’oggetto di “studio” è la bellissima canzone "Kuolema Tekee Taiteilijan", cantata dal famoso gruppo musicale finlandese: Nightwish.
http://www.vicclap.hu/static/media/200702/movie42421.wmv
Per gli amanti della linguistica, oltre il testo in finlandese, riporto anche le parole della canzone tradotte in inglese anche per rendere comprensibile il testo.
Il testo originario in finlandese: “KUOLEMA TEKEE TAITEILIJIAN”
Kerran vain haaveeni nähdä sain/ En pienuutta alla tähtien tuntenut/ Kerran sain kehtooni kalterit/ Vankina siel täkirjettä kirjoitan/ Luojani, luoksesi anna minun tulla siksi miksi lapseni minua luulee/ Sinussa maailman kauneus/ Josta kuolema teki minusta taiteilijan/ Luojani, luoksesi anna minun/ tulla siksi miksi lapseni minua luulee/ Luojani, luoksesi anna minun tulla siksi miksi lapseni minua luulee/ Oman taivaan tänne loin/ Anna minun päästä pois/ Oman taivaan tänne loin/ Anna minun päästä pois
Il testo del brano tradotto in inglese: “DEATH MAKES AN ARTIST”
Only once I could see my dream/ Didn't feel the smallness under the stars/ Once I got bars in my cradle/ As a prisoner I write a letter from there/ My Lord, let me come to you, let me become what my child thinks I am/ In you is the beauty of the world, of which death made me an artist/ My Lord, let me come to you, let me become what my child thinks I am/ My own heaven I created here/ Let me get away/ My own heaven I created here/ Let me get away
Sul filmato, invece, le immagini corrispondono ai sottotitoli in ungherese e non sono altro che la semplice interpretazione per un orecchio magiaro. Aggiungo che, a mano a mano che scorre la canzone, nella mente di un ungherese si presentano le suddette immagini e non perché il mio amico avesse voglia di scherzare, bensì semplicemente, perché è l’esatta trascrizione del suono delle parole cantate in finlandese.
Il risultato dell’esperimento? Direi che i secoli trascorsi lontani gli un(n)i dagli altri si fanno veramente notare e per un ungherese capire un finlandese (e/o viceversa), oggigiorno, è un vero tour de force. Peccato. E come dimostrano le immagini, un ungherese, a causa delle incongruenze e illogicità (pur sentendo parole, incluso frasi corrette, ma totalmente sconnesse fra di loro, e con la mancanza di un filo conduttore e soprattutto non avendo nulla a che vedere con il significato del testo di partenza) alla fine della canzone potrebbe facilmente trovarsi sull’orlo di una crisi di nervi.
Dopo tante esitazioni mie ed esortazioni
d’altri, finalmente, sono arrivata alla conclusione di aprire anch’io un blog.
Inizio, dunque, presentando il significato e l’origine del mio nome al fine di
renderlo visibile.
Infatti, ovunque vada nel mondo, appena mi presento a qualcuno - che non sia di madrelingua ungherese – la domanda con cui vengo "sorpresa" è sempre la stessa (comprensibilmente, poiché il nome esiste esclusivamente nella lingua ungherese): "Di dove sei?" "Che nome è Tünde, per caso è tedesco?!"
Pertanto, in queste situazioni non faccio altro che rimboccarmi le maniche e per l'ennesima volta, come un registratore, enuncio solennemente la solita risposta: "No, sono ungherese, eccome! E per di più il mio nome è ungherese doc, anzi è frutto della fantasia di un poeta ungherese, vissuto nei primi dell‘800 che si chiama Vörösmarty Mihály e nella letteratura ungherese esiste una sua opera teatrale nella quale il poeta inventa il nome. L’opera s’intitola: "Csongor és Tünde". Csongor (un nome ungherese maschile) che nell’opera fiabesca copre il ruolo di figlio minore di un re e Tünde (che deriva dalla parola ungherese “tündér “ che significa “fata”) che nell’opera fa la parte della regina delle fate” […]
Breve presentazione dell’opera teatrale: “Csongor és Tünde”
Nella creazione del dramma fiabesco “Csongor és Tünde” (che è in cinque atti), il poeta s’ispira in parte al “Flauto magico” di Mozart e in parte al “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare.
“Csongor és Tünde” è la creazione più
originale nel campo del teatro di Vörösmarty, che deriva il suo intreccio dal
cinquecentesco “Principe Argivo” di Albert Gyergyai, ma con l'introduzione di
alcuni personaggi supplementari e conferendo a quelli, mutuati significati
tipici e simbolici. Vörösmarty trasforma la «bella storia» del Gyergyai in un
dramma filosofico.
L'intreccio consiste principalmente nella peregrinazione del principe Csongor alla ricerca di Tünde, che è una fata, vale a dire alla ricerca della felicità, ma a un certo punto, al decisivo crocevia, Csongor, incontra tre personaggi: il mercante, il principe e il filosofo, che hanno ciascuno una loro propria via verso la felicità che intendono insegnare a Csongor.
Tre atti più in là l'incontro si ripete al trivio, allorquando i tre personaggi tornano delusi, dopo aver esperimentato il fallimento del proprio credo: la ricchezza, la potenza, il sapere.
Questo secondo incontro avviene dopo l'apparizione di un altro personaggio: la personificazione della Notte, che in un monologo rivela una pessimistica concezione della storia che ritorna nel nulla, e poi commenta, beffarda, la decisione di Tünde di abbandonare il suo stato soprannaturale di fata per soddisfare il desiderio di un uomo mortale.
Il tessuto dell'intreccio è arricchito, la ricerca della felicità è resa più complessa dal fatto che Vörösmarty mette Balga al servizio di Csongor e al seguito di Tünde colloca Ilma.
Non si tratta di semplici contrappesi
drammatici o di ancoraggi nel realismo: anche Balga e Ilma sono alla ricerca
uno dell'altra e viceversa servono per rendere più larga la gamma dei
sentimenti e dei tipi umani e permettere al poeta un procedimento a
contrappunto che, aggiunto alle bravure timbriche, soprattutto nelle scene dei
genietti e dei diavoletti, conferisce a tutta la fiaba drammatica una stupenda
musicalità.
Nonostante la delusione dei tre viandanti e la filosofia pessimistica della Notte, il dramma ha lieto fine:
“È mezzanotte, la notte è fredda e triste,/ Il cielo si copre di lutto. / Vieni, caro, a gioire nella notte con me, / L'unico a star desto è l'amore”.
Sindicazione