Pál Tünde Noémi

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Affissione degli articoli inviati in: Gennaio 2009

27 Gen 2009 

"Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo č un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sě o per un no.
Considerate se questa č una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza piů forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo č stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi."
(Citazione presa da "Se questo č un uomo")

Nel giorno della Sho'ah, mi piace ricordare con il cuore e non rammentare con la mente, queste parole di Primo Levi, descrivendo le circostanze dell'immane tragedia che piů di mezzo secolo fa, ha martellato cosě selvaggiamente l'Europa colpendola profondamente nella sua anima.

Primo Levi ha lasciato in ereditŕ oltre i suoi scritti, anche la raccomandazione di non dimenticare e di mantenere viva la fiamma della memoria sui fatti accaduti nella seconda guerra mondiale.

27 gennaio, data importante. Oltre all'Olocausto č anche il giorno della scomparsa del grandissimo compositore italiano, Giuseppe Verdi, uomo che con il suo nome e le sue opere ha omaggiato la sua terra valicandone i confini, rendendola ancora piů famosa e illustre.

Vorrei, dunque, commemorare il giorno della Memoria con il bellissimo pezzo verdiano preso dal Nabucco: "Va, pensiero"...



Tünde · 487 visite · 7 commenti
21 Gen 2009 

Come direbbe in questi casi il mio favorito e ingegnoso attore americano, Jack Nicholson: "Just what the world needs, another actress!", sono molto lieta di annunciare che da una decina di giorni č iniziato il GF9! 

Mi trovo, dunque, nel settimo, ottavo... decimo (ho giŕ perso il conto) cielo perché si esaudisce il mio desiderio anche quest'anno, e cioč, considerato che mi piace cosě tanto, per alcuni mesi avrň la possibilitŕ d'imparare… imparare e imparare! 

Eh giŕ, proprio imparare perché nella casa piů rinomata e spiata del Bel Paese si affrontano degli argomenti davvero profondi, essenziali e soprattutto vitali per risolvere problemi economici e sociali di cui il paese ha bisogno: inflazione, mutui, disoccupazione, la recessione dell’economia oppure fondi per lo sviluppo della sanitŕ e dell'istruzione... 

Persino vengono discussi temi del tipo: "E' giusto rifarsi le tette e portare la sesta?", visto che č uno scoop, d’altronde č la prima volta che succede nel mondo dello spettacolo oppure "Come buttarsi nel letto di un perfetto sconosciuto dopo un solo giorno?" e in seguito meravigliarsi, (leggendo sui giornali, ascoltando le notizie in tv o parlandone al bar) come mai alcune donne vengono stuprate da individui perfettamente sconosciuti?!

Inoltre, ci viene insegnato o rammentato il bon ton, come comportarsi civilmente: urlare quando si pensa d'essere nel giusto o di avere ragione, essere volgari usando parolacce a tonnellate per affermare qualsiasi concetto o dare a esse quella utilitŕ che la comunicazione orale perde, ovvero sostituire la punteggiatura: invece di mettere il punto o la virgola, si č pregati di emettere una parolaccia, mandando il prossimo lontano, magari con l'augurio che veda qualche paese esotico. 

Ci viene anche ricordato, dove il linguaggio non arriva, di non demoralizzarci perché possiamo sempre rivolgerci al paralinguaggio, ovvero menando chi ci sta di fronte pur di appoggiare la supremazia del nostro credo.

Quindi, capite che per tutti questi buoni motivi appena elencati, non posso stare alla larga sentendomi indifferente. Anzi da giorni che sono in fibrillazione, perché ritengo sia una occasione davvero unica che oltretutto capita solo una volta all'anno (!) e che non la si puň buttare fuori dalla finestra visto che č entrata trionfalmente nelle nostre case e vite attraverso i piccoli schermi: tv, computer, cellulare...

[...] La vita č un palcoscenico, come disse l'amatissimo Shakespeare e nella vita siamo giŕ costretti, volenti o nolenti, d'usare le maschere pirandelliane, ma a quanto pare oggigiorno, ovunque mi volti, sempre piů di frequente mi capita d’incontrare persone che sentono la necessitŕ di salire sul palcoscenico, quello vero, forse perché non troppo amate dai loro cari e/o dall'ambiente in cui si trovano o semplicemente non hanno ben interpretato il messaggio shakespeariano o forse non l'hanno nemmeno studiato, ma che comunque sia, hanno anche bisogno degli applausi, quelli veri e di un pubblico, quello vero, che le segua. 

Ma per dare un senso alla propria vita č davvero cosě fondamentale sentirsi: al centro dell’attenzione, simpatici, belli, chic, all'avanguardia, nel perenne stato di carnevale e/o vestiti da veri alberi di natale?! 

Chissŕ…


Tünde · 450 visite · 5 commenti
13 Gen 2009 

Prevedevo di non poter permettermi lo sfizio di non assistere al dibattito: "Ma che razza di parole usi?" organizzato dal circolo Arci di Siena che ha visto come i suoi principali protagonisti e ospiti gli attori Moni Ovadia e Dario Vergassola. A metŕ dell'incontro, ha avuto luogo anche l'intervento telefonico di Roberto Natale, il presidente della FNSI, che a un certo punto per motivi ignoti, chiamiamoli tecnici, si č interrotta la conversazione.

L'incontro si č organizzato soprattutto per dire NO a qualsiasi forma di razzismo e discriminazione, per riflettere sull'uso responsabile di "che razza di" linguaggio usiamo, di cercare di non fare mai di tutta un'erba un fascio; inoltre si č parlato anche della guerra nella striscia di Gaza e non per ultimo del monopolio e della manipolazione dell'informazione. 
(Qui mi vengono in mente le parole di G. Orwell: "Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori d'altri, questo č tutto.", aggiungendo tra l'altro che č il mio perenne dilemma, perché da un lato dň ragione a Orwell, ma dall'altra parte penso che forse non bisognerebbe gettare la spugna rassegnandosi nel tentare di cambiare... l'immutabile.)

Devo dire che ho (ri)visto un Moni Ovadia in forma, con grinta e molto deciso nel voler trasmettere quello che si č proposto di dire e un Dario Vergassola - la prima volta che lo vedo dal vivo - divertente, sempre con la battuta pronta (a mio giudizio forse un po' pure troppo) e non per ultimo un pubblico molto ricettivo e stranamente silenzioso (a parte quei pochi, ovunque ti trovi, sempre presenti e pronti a ciancicarti la gomma americana nelle orecchie... incluso a un concerto di musica classica!) 
Mi ha fatto particolarmente piacere sentire Moni Ovadia accennare al mio linguista preferito: Noam Chomsky.

Ero intenzionata a prendere degli appunti (il mio registratore l'ho dimenticato a casa), ma mi sono vista impossibilitata: innanzitutto perché non c'erano posti a sedere (la sala messa a disposizione era stracolma) e soprattutto perché prendere appunti significava perdere racconti, annedotti e battute preziose.
 
Insomma, due intensissime ore talmente coinvolgenti che per mia sorpresa non mi sono affatto sentita stanca e stare davanti alla prospettiva di rimanere in piedi per due ore (che sono pur sempre centoventi minuti), in una sala strapiena di persone, all'inizio non era un'idea molto allettante, ma ce l'ho fatta ed č valsa veramente la pena.


Tünde · 349 visite · 0 commenti
12 Gen 2009 

Per convincere "l'uomo di casa" che mi accompagnasse nell'Africa subsahariana, mi sono dovuta improvvisare poetessa... e non con versi qualsiasi. Avrei dovuto presentargli un "qualcosa" in cui il tema consistesse nello scrivere un poema, non solo in italiano, ma che menzionasse anche la destinazione in questione.
Anche se non si tratta di una poesia di cui uno possa andare fiero, essendo perň io straniera, forse posso permettermi (ancora) il lusso di pubblicarla! 
Immetto, dunque, questo "capolavoro" finora pubblicizzato solo a parole:

Africa

"Dove?! In Guinea, a Conakry?!"
Quel giorno cosě mi rispose Cri.
Mentre continuai: "Ti porterň lě,
Alla fine so che mi dirai di: sě.

Se vuoi, ti prometto anche il Safari,
Nel bel mezzo a tantissimi affari...
Speriamo di non beccare la malaria,
Altrimenti non vedremo piů l'Italia!"

... Come si puň intuire, non solo l'ho convinto e ho vinto, ma siamo anche andati e ritornati... sani e salvi! 


Tünde · 333 visite · 3 commenti
08 Gen 2009 


Si mormora…, macché, scientificamente č dimostrato, che lingue come il finlandese e l'ungherese facciano parte dello stesso ceppo linguistico, ossia del gruppo ugro-finnico. Infatti.

Ben sapendo che per esempio un olandese ha la sua lingua “sul ramo” delle lingue germaniche, pur non avendo mai studiato lingue di questo gruppo del tipo: l’inglese, lo svedese, il tedesco, il norvegese, il danese o l’islandese, ma a venirne in contatto, riesce a capire qualche lemma o magari qualche frase qua e lŕ… dunque, la tentazione di testare il mio albero linguistico č stata cosě forte da sentirmi assalita dall’idea pensando: “Che meraviglia, perché se le cose stanno veramente cosě, allora la verifica la faccio anch’io!”

Quindi, le ricerche sul confronto delle due lingue sono iniziate e ho ottenuto il materiale da sperimentare grazie alla genialitŕ di un video realizzato da un mio amico (vedi il link), dove l’oggetto di “studio” č la bellissima canzone "Kuolema Tekee Taiteilijan", cantata dal famoso gruppo musicale finlandese: Nightwish.

http://www.vicclap.hu/static/media/200702/movie42421.wmv

Per gli amanti della linguistica, oltre il testo in finlandese, riporto anche le parole della canzone tradotte in inglese anche per rendere comprensibile il testo.

Il testo originario in finlandese“KUOLEMA TEKEE TAITEILIJIAN”

Kerran vain haaveeni nähdä sain/ En pienuutta alla tähtien tuntenut/ Kerran sain kehtooni kalterit/ Vankina siel täkirjettä kirjoitan/ Luojani, luoksesi anna minun tulla siksi miksi lapseni minua luulee/ Sinussa maailman kauneus/ Josta kuolema teki minusta taiteilijan/ Luojani, luoksesi anna minun/ tulla siksi miksi lapseni minua luulee/ Luojani, luoksesi anna minun tulla siksi miksi lapseni minua luulee/ Oman taivaan tänne loin/ Anna minun päästä pois/ Oman taivaan tänne loin/ Anna minun päästä pois

Il testo del brano tradotto in inglese“DEATH MAKES AN ARTIST”

Only once I could see my dream/ Didn't feel the smallness under the stars/ Once I got bars in my cradle/ As a prisoner I write a letter from there/ My Lord, let me come to you, let me become what my child thinks I am/ In you is the beauty of the world, of which death made me an artist/ My Lord, let me come to you, let me become what my child thinks I am/ My own heaven I created here/ Let me get away/ My own heaven I created here/ Let me get away 

Sul filmato, invece, le immagini corrispondono ai sottotitoli in ungherese e non sono altro che la semplice interpretazione per un orecchio magiaro. Aggiungo che, a mano a mano che scorre la canzone, nella mente di un ungherese si presentano le suddette immagini e non perché il mio amico avesse voglia di scherzare, bensě semplicemente, perché č l’esatta trascrizione del suono delle parole cantate in finlandese. 

Il risultato dell’esperimento? Direi che i secoli trascorsi lontani gli un(n)i dagli altri si fanno veramente notare e per un ungherese capire un finlandese (e/o viceversa), oggigiorno, č un vero tour de force. Peccato. E come dimostrano le immagini, un ungherese, a causa delle incongruenze e illogicitŕ (pur sentendo parole, incluso frasi corrette, ma totalmente sconnesse fra di loro, e con la mancanza di un filo conduttore e soprattutto non avendo nulla a che vedere con il significato del testo di partenza) alla fine della canzone potrebbe facilmente trovarsi sull’orlo di una crisi di nervi. 


Tünde · 723 visite · 2 commenti
04 Gen 2009 


Dopo tante esitazioni mie ed esortazioni d’altri, finalmente, sono arrivata alla conclusione di aprire anch’io un blog. Inizio, dunque, presentando il significato e l’origine del mio nome al fine di renderlo visibile.

Infatti, ovunque vada nel mondo, appena mi presento a qualcuno - che non sia di madrelingua ungherese – la domanda con cui vengo "sorpresa" č sempre la stessa (comprensibilmente, poiché il nome esiste esclusivamente nella lingua ungherese): "Di dove sei?" "Che nome č Tünde, per caso č tedesco?!"

Pertanto, in queste situazioni non faccio altro che rimboccarmi le maniche e per l'ennesima volta, come un registratore, enuncio solennemente la solita risposta: "No, sono ungherese, eccome! E per di piů il mio nome č ungherese doc, anzi č frutto della fantasia di un poeta ungherese, vissuto nei primi dell‘800 che si chiama Vörösmarty Mihály e nella letteratura ungherese esiste una sua opera teatrale nella quale il poeta inventa il nome. L’opera s’intitola: "Csongor és Tünde". Csongor (un nome ungherese maschile) che nell’opera fiabesca copre il ruolo di figlio minore di un re e Tünde (che deriva dalla parola ungherese “tündér “ che significa “fata”) che nell’opera fa la parte della regina delle fate” […]

Breve presentazione dell’opera teatrale: “Csongor és Tünde”

Nella creazione del dramma fiabesco “Csongor és Tünde” (che č in cinque atti), il poeta s’ispira in parte al “Flauto magico” di Mozart e in parte al “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare.

“Csongor és Tünde” č la creazione piů originale nel campo del teatro di Vörösmarty, che deriva il suo intreccio dal cinquecentesco “Principe Argivo” di Albert Gyergyai, ma con l'introduzione di alcuni personaggi supplementari e conferendo a quelli, mutuati significati tipici e simbolici. Vörösmarty trasforma la «bella storia» del Gyergyai in un dramma filosofico.

L'intreccio consiste principalmente nella peregrinazione del principe Csongor alla ricerca di Tünde, che č una fata, vale a dire alla ricerca della felicitŕ, ma a un certo punto, al decisivo crocevia, Csongor, incontra tre personaggi: il mercante, il principe e il filosofo, che hanno ciascuno una loro propria via verso la felicitŕ che intendono insegnare a Csongor.

Tre atti piů in lŕ l'incontro si ripete al trivio, allorquando i tre personaggi tornano delusi, dopo aver esperimentato il fallimento del proprio credo: la ricchezza, la potenza, il sapere.

Questo secondo incontro avviene dopo l'apparizione di un altro personaggio: la personificazione della Notte, che in un monologo rivela una pessimistica concezione della storia che ritorna nel nulla, e poi commenta, beffarda, la decisione di Tünde di abbandonare il suo stato soprannaturale di fata per soddisfare il desiderio di un uomo mortale.

Il tessuto dell'intreccio č arricchito, la ricerca della felicitŕ č resa piů complessa dal fatto che Vörösmarty mette Balga al servizio di Csongor e al seguito di Tünde colloca Ilma.

Non si tratta di semplici contrappesi drammatici o di ancoraggi nel realismo: anche Balga e Ilma sono alla ricerca uno dell'altra e viceversa servono per rendere piů larga la gamma dei sentimenti e dei tipi umani e permettere al poeta un procedimento a contrappunto che, aggiunto alle bravure timbriche, soprattutto nelle scene dei genietti e dei diavoletti, conferisce a tutta la fiaba drammatica una stupenda musicalitŕ.

Nonostante la delusione dei tre viandanti e la filosofia pessimistica della Notte, il dramma ha lieto fine:

“Č mezzanotte, la notte č fredda e triste,Il cielo si copre di lutto. / Vieni, caro, a gioire nella notte con me, / L'unico a star desto č l'amore”.


Tünde · 1401 visite · 11 commenti